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Altroconsumo e la moda sostenibile, i dati dell’inchiesta

Da sempre attenta alle esigenze dei consumatori, Altroconsumo ha da poco pubblicato un'inchiesta dedicata a 12 marchi che si occupano di moda sostenibile. Tra "primi della classe", "allievi volenterosi" e "studenti che potrebbero fare di più", vediamo insieme i risultati.

Altroconsumo scende in campo per la moda sostenibile con un’inchiesta effettuata su 12 brand etici, tra shop on-line, dati disponibili sui loro canali e informazioni dettagliate fornite dalle aziende stesse. L’obiettivo di Altroconsumo, la più grande organizzazione indipendente di consumatori in Italia che conta sul sostegno di 700mila persone, è cercare di far luce sulle reali strategie di sostenibilità e smascherare eventuali operazioni di greenwashing che mostrano in sostanza una sensibilità green che non corrisponde alla realtà.

Moda sostenibile, l’inchiesta di Altroconsumo

grafico moda circolare
Foto Shutterstock | HollyHarry – Grafico moda circolare

Altroconsumo ha invitato dodici piccole e medie imprese italiane impegnate nella moda verde ad autovalutare il loro modello di business su una piattaforma digitale. La piattaforma in questione si chiama Ecomate ed è una start up italiana che ha permesso loro di autovalutare quanto sia sostenibile e responsabile il proprio modello di business, basandosi sui criteri ESG (Environmental, Social and Governance). Oltre all’autovalutazione, Altroconsumo ha completato l’inchiesta testando i 12 marchi attraverso un questionario specifico per il comparto abbigliamento per raccogliere informazioni sugli aspetti più rilevanti per la sostenibilità dal punto di vista di chi acquista moda.

I 12 marchi analizzati da Altroconsumo, i più virtuosi

Altroconsumo moda sostenibile Telo mare in cotone rigenerato Rifò
Foto Rifò – Telo mare in cotone rigenerato

Sono tanti i brand italiani che stanno sposando strategie più sostenibili, ne abbiamo già scritto qui. I 12 marchi analizzati da Altroconsumo sono: Kampos, Rifò, Atma, Casa Gin, Progetto Quid, Seay, Kibou, Licia Florio, Repainted, Adalu, The Minu, Lido. Per facilità Altroconsumo ha riportato i dati di quanto acquisito in tre categorie: “Impegnati“, “Sulla strada giusta” e “Non hanno collaborato“. Alla prima categoria appartengono i due marchi per così dire più virtuosi, ovvero Kampos e Rifò per l’elevato uso di “materie prime seconde” nelle collezioni in vendita nei loro siti (l’e-commerce è stato valutato), e per la maggiore tracciabilità della filiera e relativa comunicazione.

Altroconsumo e moda sostenibile, chi sale e chi scende

Altroconsumo moda sostenibile blusa di progetto Quid
Foto Progetto Quid – Blusa

Nella seconda categoria “Sulla strada giusta” rientrano 4 marchi: Progetto Quid, Atma, Casa Gin, Seay. Vediamo le loro caratteristiche principali. Più del 40% dei loro fornitori sono locali, possiedono certificazioni di sostenibilità internazionali (tranne Progetto Quid), e investono un interessante 2% del loro fatturato in ricerca e sviluppo. Qualche dettaglio in più: Seay offre un servizio di riparazione gratuito con ritiro dell’usato e offerta in cambio di un buono sconto. Progetto Quid è invece impegnata soprattutto nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (principalmente donne). Atma infine spedisce usando la busta in plastica riciclata del corriere.

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Inchiesta Altroconsumo, i marchi che possono fare di più

Ci sono marchi che non hanno collaborato all’inchiesta di Altroconsumo. Questo ha significato che sono stati acquisiti solo i dati già pubblicamente disponibili, oltre alle prove effettuate da chi ha realizzato l’indagine sui loro e-shop. Stiamo parlando di: Kibou, Licia Florio, The Minu, Adalu, Lido e Repainted. Si tratta di brand che usano materiali riciclati e rigenerati per produrre capi in Italia in maniera artigianale. Dalle ricerche fatte non sono emerse criticità nei loro shop online.
Per ottenere una moda davvero sostenibile bisogna andare ad agire su tutto il sistema produttivo. L’obiettivo è modificare il ciclo di vita del prodotto e renderlo sempre di più circolare, non più dalla culla alla tomba, bensì “dalla culla alla culla“.