Facciamo i conti sull’impatto ambientale del mancato addio ai sacchetti di plastica

Era datata gennaio 2011 la rivoluzione dei sacchetti di plastica, non più disponibili per fare la spesa. La decisione era stata inizialmente accolta positivamente, con consapevolezza dell’importanza del consumo critico ma, a distanza di un anno, qualcosa non ha funzionato. Cosa, esattamente? Fatta la legge, trovato l’inghippo. Dall’impatto ambientale non irrilevante.
I sacchetti biodegradabili, infatti, erano stati presentati come una mano santa anche per lo smaltimento dei rifiuti -eliminando così la questione della plastica- e per la raccolta differenziata -dato che si possono riutilizzare come contenitori dei rifiuti organici-. Ma questo non è bastato a garantire loro un pieno successo.
Perché? Se non lo sapevate, l’obbligo di sostituire alle buste di plastica i sacchetti bio è valido solo per le catene di supermercati. I piccoli rivenditori commerciano solo buste fintamente biologiche. Il nuovo governo Monti ha tentato di risolvere questa anomalia, ma è stato fermato da una lettera di circa 2000 piccole aziende del Nord Italia che minacciavano la chiusura definitiva se fosse passata tale manovra.
Tutto questo è stato fatto senza informare dovutamente i consumatori, i quali si ritrovano solo lo svantaggio di sacchetti fragili e costosi senza essere riusciti, di fatto, a migliorare la tutela ambientale con un’azione semplice e quotidiana. I clienti, a questo punto, preferiscono giustamente ricorrere alle sporte riutilizzabili, più comode e robuste, piuttosto che ai nuovi materiali ecocompatibili, o presunti tali.
Una situazione un po’ caotica, che i piccoli imprenditori del Nord -con la minaccia della chiusura e dei licenziamenti- non hanno aiutato a risolvere.
Gio 05/01/2012 da Elisabetta Fonte







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