Per anni è stato uno dei paradossi più silenziosi dell’industria globale: capi nuovi, mai indossati, eliminati come rifiuti. Camicie, scarpe, accessori ancora perfetti che non arrivano mai negli armadi dei consumatori ma finiscono inceneriti o smaltiti. Una pratica che pesa non solo economicamente, ma soprattutto sul clima.
Secondo le stime europee, ogni anno nell’Unione milioni di articoli tessili invenduti vengono distrutti prima ancora di entrare in circolazione. Dietro a quei prodotti non ci sono solo tessuti, ma acqua consumata, energia utilizzata, materie prime estratte e lavoro umano sprecato. Il risultato? Un’impronta ambientale enorme, pari a circa 5,6 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno, un volume paragonabile alle emissioni complessive di un intero Paese come la Svezia.

Il fenomeno è alimentato dalla sovrapproduzione tipica della fast fashion e dall’esplosione dell’e-commerce. I resi online, spesso più costosi da gestire rispetto al loro valore commerciale, vengono talvolta eliminati anziché reimmessi sul mercato. In Germania, per esempio, si stima che quasi 20 milioni di articoli resi finiscano ogni anno smaltiti. In Francia il valore degli invenduti distrutti raggiunge centinaia di milioni di euro.
Una spirale che ha messo sotto pressione istituzioni e opinione pubblica.
Dal 19 luglio cambia tutto: vietato distruggere abiti nuovi
La svolta arriva da Bruxelles. Con l’attuazione del Regolamento europeo sull’Ecodesign per i prodotti sostenibili (ESPR), l’Unione introduce una misura destinata a segnare un punto di non ritorno: dal 19 luglio 2026 le grandi aziende della moda non potranno più distruggere liberamente abbigliamento, calzature e accessori invenduti.
Per le imprese di medie dimensioni è previsto un periodo di transizione più lungo: il divieto scatterà nel 2030. Le micro e piccole imprese restano, per ora, escluse.
La distruzione sarà consentita solo in casi eccezionali e documentati, come prodotti danneggiati o rischi per la sicurezza. In tutti gli altri casi, le aziende dovranno scegliere strade alternative: donazione, rivendita, ricondizionamento o riciclo.
Non solo. Arriva anche un obbligo di trasparenza: le grandi imprese dovranno dichiarare pubblicamente i volumi di beni invenduti smaltiti. Per le medie aziende l’obbligo scatterà nel 2030. La Commissione ha già predisposto un formato standard per la rendicontazione, che diventerà operativo dal febbraio 2027.
L’obiettivo è duplice: misurare con precisione il fenomeno e spingere il settore a ripensare modelli produttivi e logiche di distribuzione.
Verso un’industria tessile più circolare
Il provvedimento non è solo un divieto, ma un cambio di paradigma. L’industria tessile è tra le più impattanti in termini ambientali: consumo di acqua, uso di sostanze chimiche, emissioni e rifiuti. Ridurre lo spreco di invenduti significa intervenire a monte, limitando la produzione eccessiva e incentivando una gestione più responsabile delle scorte.
Le nuove regole incoraggiano le aziende a investire in durabilità, riutilizzo e riciclabilità dei prodotti, favorendo un modello più circolare. Secondo la Commissaria europea per l’Ambiente, l’obiettivo è rafforzare la competitività del settore senza sacrificare la sostenibilità, riducendo al contempo le dipendenze da materie prime importate.
È chiaro che il divieto non risolverà da solo tutti i problemi della fast fashion. Ma il segnale politico è forte: l’era dello spreco sistematico sta finendo. Le aziende dovranno assumersi la responsabilità ambientale di ciò che producono, anche quando non viene venduto.
Perché ogni capo ha un costo nascosto che non può più essere ignorato. E se la moda vuole davvero essere sostenibile, il primo passo è semplice: produrre meno, ma meglio.