Il leggendario fotografo Martin Parr si è spento in queste ore: come la sua fotografia ha rivoluzionato un intero mondo.
Con le sue immagini ha trasformato il linguaggio della fotografia, rompendo con le tradizioni in bianco e nero e abbracciando un colore saturo, vivido: si è spento a 73 anni uno dei fotografi più conosciuti e amati, Martin Parr. Nato nel 1952 a Epsom, nella contea di Surrey, Parr si avvicina alla fotografia da giovanissimo, grazie all’influenza del nonno, amatore di fotografie: già giovanissimo, si avvicina a una fotografia documentaria autonoma.

Dimostra proprio in quegli anni una sensibilità verso le piccole comunità rurali, le cappelle metodiste e le dinamiche sociali del Regno Unito: questo gli consente di accrescere le sue conoscenze e di rivoluzionare del tutto il linguaggio fotografico, mettendosi in stretto rapporto con la natura e l’ambiente circostante. Dopo i primi lavori in bianco e nero, Parr inizia a sperimentare con il colore, avvicinandosi a una sensibilità estetica diversa, influenzata soprattutto dal desiderio di raccontare la quotidianità con lucidità e crudezza.
Il grande salto arriva con il progetto che lo rende celebre: The Last Resort, realizzato tra il 1983 e il 1985 sulle spiagge e nei luoghi di vacanza inglesi di New Brighton. In quell’occasione, abbandona la Leica ed opta per una fotocamera 6×7, accompagnata da un uso intensivo di flash e colori saturi. Il suo sguardo racconta un’umanità quotidiana, non idealizzata, spesso un pò sporca, a tratti kitsch, cosa che non era ben vista e venne accusato di voyeurismo, oltre che di sguardo elitario e satirico sulla working class.
Ma per Parr non era satira fine a sé stessa, bensì un modo per rappresentare – senza filtri e senza censure – la realtà: con la sua ambiguità, con le sue contraddizioni, con i suoi eccessi, soprattutto. Nel corso degli anni e col passare del tempo, la sua fotografia affronta temi universali come il consumismo, il turismo di massa, la globalizzazione. Le pose in cui ritrae i turisti sono spesso mosse dall’ossessione per l’immagine, il consumo, l’esteriorità.
Colori saturi, inquadrature ravvicinate, flash in piena luce: tutta la poetica di Parr serve a rendere grottesco e quasi teatrale il quotidiano, per far emergere l’omologazione dei comportamenti, il kitsch della società di consumo, e le fragilità intime di persone comuni, spesso ridotte a stereotipi. Le sue immagini sono al contempo coinvolgenti e disturbanti: attraggono in effetti per l’estetica pop e vivace, ma non lasciano indifferenti.
Da oltre 30 anni, ovvero dal 1994, fa parte dell’agenzia Magnum Photos, di cui poi diventerà presidente nel triennio 2014-2017, mentre sempre nel 2014 crea la Martin Parr Foundation, con l’intento di conservare la sua produzione e promuovere la fotografia come strumento di critica sociale e osservazione antropologica. La sua morte crea oggi soprattutto un vuoto, quello di un fotografo che ha saputo essere una lente critica, sagace, ironica, e ci ha aiutato a guardarci attorno con occhi più consapevoli.
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