Un nuovo dossier della sezione italiana del WWF in tema di inquinamento del mare pone l’attenzione su un aspetto molto spesso sottovalutato delle nostre spiagge. Si parla in questo rapporto dell’influenza che gli stabilimenti balneari hanno sull’ambiente e sull’impatto che queste costruzioni e attività possono causare sulle coste del nostro Paese. Molto spesso, secondo il WWF, esistono in Italia costruzioni di questo genere non regolarizzate e questo, assieme ad una pratica poco rispettosa per quanto riguarda la tutela ambientale, porta sempre ad un impoverimento delle nostre spiagge, oltre a fenomeni naturali molto dannosi, come l’aumento dell’erosione delle coste.

Proprio così: le piattaforme petrolifere in Italia possono provocarci un disastro ambientale molto simile a quello capitato in USA. Lo scandisce uno studio condotto da Goletta Verde, che lancia quindi un grido d’allarme sulle rotte del petrolio in entrata e in uscita dai nostri mari. Legambiente, infatti, sostiene che “Siamo i più esposti a disastri ambientali“. Del resto, come dargli torto? Le trivellazioni nel nostro Paese non temono il confronto con la recente sciagura causata dall’incendio della Deepwater Horizon, poichè il richiamo del business è sempre e comunque più forte.
L’inquinamento acustico rappresenta un problema per i pesci dell’oceano, che sarebbero minacciati da questa forma di inquinamento provocata dall’uomo. A dare l’allarme è stata una ricerca condotta da un gruppo di studiosi inglesi, che ha preso in considerazione la Grande Barriera Corallina. Il problema sarebbe rappresentato dal fatto che i pesci si allontanano dai loro habitat naturali a causa dell’inquinamento acustico. I pesci infatti sarebbero deviati dai rumori artificiali e non riuscirebbero a seguire i suoni naturali, per orientarsi e ritrovare l’ambiente che è loro congeniale.
Le conseguenze della marea nera nelle coste della Louisiana si fanno sempre più pesanti. Stavolta la notizia riguarda un problema molto importante relativamente alla catena alimentare. L’ecosistema del luogo in cui è avvenuto il disastro sta soffrendo duramente fin dal primo momento per la fuoriuscita di petrolio, e sicuramente è stato profondamente danneggiato. I primi effetti concreti si iniziano già a vedere con gli ultimi studi che sono stati effettuati sugli animali dei luoghi colpiti dalla tragedia. E’ stato scoperta infatti la presenza di petrolio nelle larve di granchio blu della zona di mare. Tutto questo quindi non fa altro che essere una testimonianza del disastro che è avvenuto e di quello che avverrà.
In tema di inquinamento del mare il Santuario dei Cetacei torna a far parlare di sé con un’analisi sulle sogliole. Ricordiamo che con nome “Santuario dei Cetacei” è chiamata la zona di mare compresa tra Liguria, Toscana e Costa Azzurra, in cui è possibile rintracciare specie animali da tenere in considerazione nell’ambito dell’ecosistema marino. Purtroppo però sembra che le sostanze inquinanti non intendano risparmiare quest’area marina. Gli ultimi dati preoccupanti sono emersi dalle analisi compiute su alcune sogliole, elementi importanti della catena alimentare.
Il riciclaggio della plastica è un’ottima strategia per contribuire alla conservazione dell’ambiente. A questo proposito molto interessante è il ristorante galleggiante sulle bottiglie, che è stato costruito a Vancouver in Canada. Si chiama “C Restaurant” e si configura come un modo per rimediare a tutta quella plastica che inquina le acque marine. Il ristorante in questione si presenta come un prodotto innovativo, che può essere considerata una vera e propria dimostrazione di come è possibile conciliare lo sviluppo con il rispetto dell’ambiente. Un obiettivo da non sottovalutare affatto.
A proposito di inquinamento del mare molto preoccupanti sono i dati che riguardano il Mediterraneo, il quale è sempre più a rischio a causa del petrolio e della plastica. A mettere in evidenza la situazione allarmante è stato il “Census of Marine Life“, un censimento che nel corso di dieci anni ha coinvolto 25 aree marine di tutto il mondo. La questione tocca da vicino la biodiversità di cui il Mar Mediterraneo è portatore. Infatti gli agenti inquinanti a cui esso è soggetto stanno mettendo a dura prova le forme di vita che nel mare trovano il loro habitat naturale.
L’ultima trovata per contrastare la marea nera si chiama Static Kill, ovvero la missione definitiva (si spera!) per tappare in maniera assoluta la falla che ha causato la fuoriuscita ingente di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon di proprietà della British Petroleum. Static Kill, discendente dell’operazione Top Kill che nel maggio scorso ha miseramente fallito, raccoglie un’eredità infausta: 4,9 milioni di barili di petrolio riversati in mare per un ammontare di circa 780milioni di litri di carburante. Ecco come dovrà funzionare questo rimedio.
In tema di veicoli elettrici molto curioso è il piccolo sottomarino ricaricabile che è stato messo in vendita dalla compagnia americana Hammacher Schlemmer. Si tratta di un’invenzione che certamente susciterà l’attenzione da più parti, visto che, grazie al tipo di sfruttamento di energia utilizzato, il sottomarino in questione si prefigge di rispettare l’ambiente. Chi ha a disposizione 2 milioni di dollari può decidere se acquistare on line il sottomarino, che si configura sicuramente come uno degli oggetti più alternativi che è possibile comprare in rete.
Per rimediare all’inquinamento delle spiagge è stato creato un robot ad energia solare, che è in grado di provvedere alla pulizia dei litorali marini. Si tratta di una novità piuttosto originale, che è stata messa a punto nel Salento dagli ingegneri Alessandro Deodati, Giuseppe Vendramin ed Emiliano Petrachi in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università Salentina e la società Nitens s.r.l. Il suo nome è Solarino ed in grado di sfruttare per la sua alimentazione l’energia solare derivante dai pannelli fotovoltaici. La tecnologia a servizio dell’ambiente.
In tema di inquinamento del mare un’iniziativa molto interessante verrà effettuata dall’associazione Marevivo in collaborazione con la JTI, il Corpo delle Capitaneria di Porto, il Sindacato Italiano Balneari e il Ministero dell’Ambiente. Si tratta della nuova edizione di “Ma il mare non vale una cicca?“, un titolo molto interessante per un programma di azione a favore della tutela ambientale e in particolare per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica su una tematica ecologica molto importante, quella dell’inquinamento delle spiagge e delle acque del mare causato dai mozziconi delle sigarette buttati da chi affolla le spiagge.
In tema di inquinamento del mare piuttosto interessanti appaiono i dati che sono stati raccolti da Greenpeace sul Santuario dei Cetacei, la nota area marina protetta, che è soggetta ad una serie di problemi. In primo luogo questi sono determinati dal fatto che l’area in questione è sede di un traffico navale piuttosto intenso, riguardo al quale non sono state messe a punto regole ben precise. Il passaggio di navi con carichi pericolosi, il trasporto di idrocarburi, il lavaggio delle cisterne e gli scarichi illegali sono tutti elementi da non sottovalutare.
Il Dipartimento per l’Ambiente, l’Agricoltura e gli Affari Rurali del Regno Unito ha mosso nuovi, importanti passi verso una migliore tutela del mare, sviluppando una recente policy sul settore delle acque marine, che oltre a garantire lo sviluppo delle attività che riguardano l’off-shore, ha altresì contemplato diverse necessarie implementazioni che potrebbero favorire la crescita dello sfruttamento ecocompatibile delle energie rinnovabili, come l’eolico.

Sembra proprio che la zona del Golfo del Messico sia maledetta: l’uragano Bonnie si sta imbattendo sui luoghi del disastro petrolifero, tanto da costringere gli addetti al ripristino della zona a sospendere i lavori. Il maltempo sembra non voler dare tregua alla zona coinvolta dallo scoppio della piattaforma petrolifera di proprietà della BP, già sotto allarme il mese scorso per il pericolo legato all’allarme generato dall’uragano Alex. L’imminente venuta dell’uragano Bonnie è stata segnalata dal Centro Nazionale Uragani con sede a Miami, per cui c’è da crederci. La tempesta dovrebbe colpire nelle prossime ore prima la Florida, poi il Golfo del Messico e le coste di Louisiana e Texas.