Inquinamento del mare: al MIT scoperto modo per separare petrolio dall’acqua

Inquinamento del mare: al MIT scoperto modo per separare petrolio dall’acqua

Al MIT hanno scoperto un nuovo modo per riuscire a separare il petrolio dall'acqua

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    Il problema dell’inquinamento del mare rappresenta una questione annosa, sulla quale si è ampiamente dibattuto. Il problema è venuto alla ribalta soprattutto quando si sono verificati disastri ambientali, che hanno portato alla fuoriuscita di greggio nelle acque marine. In questi casi, nonostante le varie mobilitazioni che si sono messe in atto, ci sono voluti molti giorni per risolvere il problema e aspirare il petrolio dall’acqua. Nel frattempo il petrolio si è espanso, determinando gravi danni alla biodiversità e all’intero ecosistema marino. Adesso al MIT hanno scoperto una nuova tecnica.

    Si tratta di una soluzione, che potrebbe essere applicata in maniera efficace nei casi in cui si verificano le fuoriuscite di petrolio, che si riversa nel mare. La tecnica consiste nel riuscire a separare il petrolio dall’acqua.

    Questa nuova tecnica sarà presentata dai ricercatori nel prossimo gennaio, in occasione di una conferenza internazionale. La tecnica per separare petrolio e acqua è basata sul magnetismo e sfrutta le proprietà del petrolio, che può essere considerato a tutti gli effetti un fluido magnetico.

    Le nanoparticelle ferrose idrorepellenti possono essere separate dall’acqua utilizzando i magneti. Già i ricercatori hanno presentato due brevetti sul progetto, che si rivela molto interessante per contribuire in modo valido alla sostenibilità ambientale.

    Se tutto andrà per il verso giusto, avremo a disposizione un’altra soluzione per provvedere alla salvaguardia dell’ambiente e per rimediare agli incidenti delle navi cisterna che provocano nel mare danni gravissimi all’ecosistema.

    GR

    sacchetto_plastica_mareIl petrolio nel Mar Mediterraneo costituisce una vera e propria minaccia per il patrimonio ambientale marino. A lanciare l’allarme è stato il WWF, con uno specifico dossier dedicato all’argomento. Il titolo del dossier è “Teniamo la rotta – Tutela dell’ambiente marino e navigazione marittima“. Ad essere coinvolte nella questione sono diverse nazioni, in particolare il Marocco, l’Algeria, la Spagna, l’Italia, la Grecia e la Croazia. Tra la Spagna, il Marocco e l’Algeria migrano diverse specie di animali marini, come le balene, i delfini, il pesce spada, il tonno e le tartarughe marine. Eppure quest’area del Mar Mediterraneo è quella maggiormente esposta alle trivelle. Ma anche altre aree sono a rischio.

    Basti pensare a questo proposito alle Bocche di Bonifacio o al bacino sardo-corso-ligure-provenzale, che ospita, specialmente nella stagione estiva, balene e delfini. L’elenco delle aree del Mar Mediterraneo sottoposte ai danni dell’inquinamento è lungo: sono comprese anche le coste della Dalmazia, le coste dell’Algeria e della Tunisia, il Tirreno meridionale, lo Stretto di Messina, il Mar Egeo, le costiere adriatiche e il Mediterraneo orientale. Quella che si profila agli occhi degli ambientalisti è una situazione davvero molto grave, anche perché il Mediterraneo a buon diritto può essere considerato un vero tesoro di biodiversità.

    A creare problemi sono il traffico merci e il trasporto del petrolio, che è pari al 20% del greggio trasportato in tutto il mondo. A rendere più complessa la situazione ci sono anche la produzione di gas, le centrali termoelettriche e i porti turistici e commerciali.

    GR

    L’inquinamento del mare causa dei problemi nei pesci, anche dal punto di vista del loro comportamento. A svelare questo problema è stata una ricerca che è stata pubblicata sulla rivista Evolutionary Applications. Il problema è da ricondurre al Bisfenolo A, una sostanza chimica contenuta nella plastica. Questa sostanza replica gli effetti dell’estrogeno e causa dei problemi nel corteggiamento dei pesci. La sostanza causa infatti confuzione nei maschi, che sono portati a corteggiare femmine di specie diverse e questo rappresenta un pericolo per l’estinzione della specie.

    La ricerca è stata condotta prendendo in considerazione esemplari di due specie, la Cyprinella venusta e la Cyprinella lutrensis, provenienti da due fiumi della Georgia. I pesci sono stati tenuti per 14 giorni in diversi contenitori, alcuni dei quali contenenti la sostanza chimica della plastica.

    Il risultato è che alcuni esemplari della specie che erano stati tenuti nei contenitori con la sostanza erano portati a confondersi e a scambiare pesci dell’altra specie come possibili partner. E questo ovviamente ha effetti disastrosi sull’ecosistema.

    Jessica Ward, dell’University del Minnesota, istituto che ha condotto la ricerca, ha parlato degli effetti che potrebbe determinare il Bpa, spiegando: “I pesci esposti avevano un comportamento sessuale indiscriminato, approcciandosi anche a pesci di una specie diversa. Non abbiamo verificato geneticamente la presenza di accoppiamento tra specie diverse, tuttavia, questa possibilità esiste. La creazione di ibridi è una delle maggiori cause di perdita di biodiversità, in particolare nei pesci“.

    L’inquinamento del mare è uno dei problemi che affliggono il Pianeta Terra da molto, moltissimo tempo. Ci sono diverse ricerche scientifiche sull’argomento, gli esperti dibattono a lungo, ma questa nuova ricerca mette in stretta relazione l’inquinamento ambientale e le difficoltà di sopravvivere di alcune specie di animali marini. Il nuovo studio metterebbe in luce infatti il rapporto tra una vera e propria sostanza tossica e il comportamento di alcune specie di pesci.

    La sostanza chimica presa in esame è contenuta soprattutto in sacchetti di plastica, contenitori e bottiglie. Questi rifiuti, che spesso vengono abbandonati in mare, rilasciano l’elemento tossico il quale crea notevoli danni. Per scoprirlo è bastato osservare il comportamento dei pesci, ormai sempre più spaesati in un ecosistema marino così diverso e profondamente inquinato rispetto a quello che conoscevano.

    I maschi, infatti, hanno difficoltà di riconoscere le femmine della loro specie: il Bpa, la sostanza incriminata, rilascia estrogeni a causa dei quali i maschi sono portati a corteggiare femmine diverse da quelle che appartengono la loro specie. Il pericolo più concreto a tal proposito è quello dell’estinzione della specie o di nascita di specie ibride. La scelta di accoppiarsi con altre specie animali, infatti, è causa soprattutto nei pesci di una grave diminuzione delle specie che riescono a sopravvivere e a riprodursi.

    Se c’era un motivo in più per prestare attenzione a cosa si getta in mare, si spera che questa nuova ricerca scientifica possa aiutare allo scopo.

    photo: ajisabel

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