Ilva di Taranto ultime notizie: il referendum non raggiunge il quorum [FOTO]

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Il referendum sull'Ilva di Taranto non ha raggiunto il quorum

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    Il referendum indetto sull’Ilva di Taranto non ha raggiunto il quorum. La votazione era stata portata avanti dal comitato “Taranto Futura” e ha avuto soltanto un valore consultivo. In virtù di tutto ciò l’azienda non era coinvolta nel rispettare in maniera diretta la volontà degli elettori. Sulla questione non si è espresso nemmeno il sindaco della città Ippazio Stefano, il quale ha preferito non dare alcuna indicazione. I cittadini sono stati chiamati ad esprimere un sì o un no in relazione alla chiusura totale dello stabilimento oppure una decisione per quanto riguarda il fermo parziale.

    I risultati raggiunti sull’affluenza alle urne sono stati pari al 19%. E’ emerso questo dalle rilevazioni del comune. Tutto ciò sta a significare che si sono recati a votare circa 30 o 31.000 abitanti. Il quorum era fissato al 50% +1. Di conseguenza sarebbero dovuti andare ad esprimere il loro parere almeno in 86.351. In base a questi dati non si sono avuti numeri sufficienti per la stabilite una linea di indirizzo volta all’opportunità di fornire indicazioni sulla volontà della popolazione. Nello specifico resta quindi aperta la questione dei parchi minerari e dell’area a caldo, che è la zona della fabbrica sequestrata dalla magistratura, perché ritenuta più inquinante. In molti probabilmente hanno deciso di non esprimersi, considerando la decisione della Corte Costituzionale, la quale ha disposto come legittima la legge Salva Ilva approvata dal governo. Elementi decisivi comunque sembrerebbero essere stati anche il mancato sostegno dei partiti e lo scarso impegno di alcune associazioni. Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli ha riferito che tutto è scaturito da un’opera di boicottaggio, anche perché l’informazione non è stata soddisfacente. Tra l’altro anche l’amministrazione comunale avrebbe tagliato il 50% dei seggi elettorali e degli scrutatori, rendendo vani i tentativi di mettere in atto un’adeguata opera di consultazione.

    I problemi per lo stabilimento sono stati molti nel corso del tempo. Basti pensare all’incidente, che ha portato alla morte di un operaio e al ferimento di un altro. Il tutto si sarebbe verificato alla batteria 9 delle cokerie. Proprio qui i due uomini si erano recati per un pronto intervento. Il fato ha voluto che i due lavoratori precipitassero da una passerella a 15 metri di altezza. Ha perso la vita Ciro Moccia, di 42 anni, mentre è rimasto ferito Antonio Liddi, dipendente della ditta Mir. In seguito al verificarsi del fatto, l’azienda ha predisposto di fermare le attività. Il presidente e il direttore dello stabilimento hanno espresso la loro vicinanza ai parenti delle vittime e i lavori sono stati sospesi in segno di cordoglio. Sulla vicenda sono intervenuti i sindacati. In particolare la Fim-Cisl ha chiesto che venissero accertate le responsabilità di quanto è accaduto. Inoltre c’è stata l’intenzione di proporre a Fiom e Uilm 24 ore di sciopero. I Cobas di Taranto hanno insistito sul fatto che sono molti i casi gravi legati a chi rimane leso nell’ambito delle attività che riguardano la fabbrica.

    Sono tre gli operai, che sono morti nel giro di pochi mesi. Ancora una volta, quindi, questo luogo è diventato oggetto di polemiche ed è entrato nell’occhio del ciclone. Dopo le vicissitudini dell’inquinamento ambientale, si deve constatare come non si sia fermata la scia della drammaticità. E’ stato fatto presente che sarebbero stati approntati 2 miliardi e 250.000 euro di investimenti e alcuni lavoratori sono stati messi in stop.

    Come ha dichiarato qualche tempo fa Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, si tratta di una situazione drammatica, come dimostrano gli stessi numeri, che prevedono due anni di difficoltà. Come al solito, si pone il problema di riuscire a mantenere un esatto equilibrio fra la tutela dell’ambiente e la salvaguardia del lavoro. Non è facile raggiungere questo obiettivo e già i sindacati si stanno dando da fare per avviare delle trattative specifiche, in modo da provvedere alla rotazione, alla formazione ed eventualmente a contratti di solidarietà. Si cercherà anche di attenuare la cifra dei cassa integrati. Il segretario provinciale di Taranto della Uilm, Antonio Talò, ritiene che il totale preso in considerazione è davvero eccessivo.

    Il lavoro nell’area a freddo dell’Ilva di Taranto era ripreso poco prima. La maggior parte degli impianti è stata ferma, perché la magistratura ha disposto il sequestro delle merci. Fra gli operai rientrati in fabbrica, come hanno spiegato i sindacati, c’erano anche coloro che avevano il compito di controllare e verificare che tutti i dispositivi funzionassero bene, prima che venissero riavviati. Nel giro di qualche giorno il tutto si sarebbe dovuto stabilizzare. In particolare, sono stati messi in funzione il tubificio Erw, il laminatoio e qualche struttura minore. I dipendenti sembravano più tranquilli, anche perché il presidente Bruno Ferrante ha rassicurato circa il pagamento relativo all’11 febbraio scorso. In ogni caso, non sono mancate le tensioni, perché all’azienda mancavano le risorse importanti per riuscire a mettere in atto ciò che è stabilito dall’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale. Per mettere a punto queste disposizioni, occorrono 3,5 miliardi di euro, da spendere nel giro di tre anni. Le difficoltà economiche, comunque, si fanno sentire e, proprio per far fronte a questi impedimenti, è stato reso noto che si ha l’intenzione di acquisire la collaborazione da parte di nuovi partner.

    Sono sorti dei dubbi anche sulla legittimità costituzionale del decreto 231 salva Ilva. E’ stato proprio per questo che il gip del Tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, ha accolto la richiesta della Procura e ha inviato alla Corte Costituzionale gli atti che si riferiscono alla questione. Dello stesso parere è stato anche il Tribunale del Riesame, che ha sospeso il giudizio, aspettando una decisione della Corte. Le sigle sindacali Fiom, Fim e Uilm hanno proclamato uno sciopero ad oltranza, perché hanno temuto che molti operai potessero perdere il loro posto di lavoro. Questa è stata soltanto una delle tensioni, che si sono manifestate fra i lavoratori, da quando è stato imposto il sequestro dei prodotti semilavorati. Si tratta di un milione e mezzo di tonnellate di elementi, che sono stati bloccati alla fine di novembre scorso e tutto ciò ha inciso negativamente sulla ripresa dell’attività. In tutta la questione ci si è trovati di fronte ad una decisione molto ardua: provvedere alla salvaguardia dell’ambiente e allo stesso tempo garantire l’occupazione.

    Il Parlamento ha approntato un provvedimento che ha stabilito di pensare alla tutela ambientale, oltre alla continuità produttiva, la quale doveva essere assicurata persino nella fase in cui gli impianti avrebbero portato avanti l’adeguamento alle normative. La storia dell’industria ha attraversato momenti di difficoltà anche a causa di una tromba d’aria, che il 28 novembre ha causato feriti in seguito ai diversi crolli di cemento. C’è stato anche un morto, un uomo impegnato a dirigere una gru per caricare i materiali provenienti dalle navi. Le circostanze tormentate della fabbrica sono iniziate dopo il blitz della magistratura, che ha portato all’arresto di vari funzionari. L’azienda aveva reagito in maniera molto dura, prospettando la possibilità di far andare a casa 5.000 dipendenti. I sindacati hanno protestato ampiamente, ritenendo inaccettabile la decisione.

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