Il freddo polare sarebbe determinato dagli effetti dell’anidride carbonica

Il freddo polare sarebbe determinato dagli effetti dell’anidride carbonica

Recenti studi hanno spiegato che il freddo polare di questi giorni è dovuto allo scioglimento dei ghiacciai del Polo Nord

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    Il freddo polare ha una causa anche in un indicatore particolare, rappresentato dall’anidride carbonica. La crescita di CO2 nell’atmosfera è vertiginosa e tutto ciò non fa altro che far aumentare l’effetto serra, che intrappola una maggiore quantità di energia nell’atmosfera. Tutto ciò sconvolge i delicati equilibri ambientali e atmosferici. Per esempio, proprio a causa dell’aumento di anidride carbonica, si è indebolito l’anticiclone che rappresentava una barriera contro le perturbazioni più violente. Il vento delle Siberia ha trovato così una facile via di accesso anche in Europa e in Italia.

    È questo ciò che Antonio Cianciullo spiega in una sua dichiarazione rilasciata a “La Repubblica”. Sono queste le ragioni che determinerebbero l’arrivo dell’ondata di freddo nel nostro Paese. Ma non dobbiamo dimenticare nemmeno il ruolo svolto dalle foreste.

    Ecco che cosa ha dichiarato a questo proposito l’esperto: “Sacrifichiamo ogni anno 13 milioni di ettari di alberi, in buona parte nelle aree tropicali dove la concentrazione di vita è più fitta e inesplorata, per ottenere qualche campo di soia (che presto inaridisce), qualche tronco da trasformare in parquet, qualche miniera. Uno scambio decisamente svantaggioso.

    La diminuzione delle aree forestali determina la perdita della biodiversità e viene a mancare un filtro per la regolazione del clima. Non dobbiamo infatti dimenticare che a causa della perdita delle foreste aumentano le emissioni serra e con esse l’instabilità del clima.

    Non si deve sottovalutare neanche il fatto che gli oceani assorbono carbonio, ma i mari stanno perdendo questa capacità, anche perché le emissioni di anidride carbonica stanno provocando un processo di acidificazione delle acque a causa dell’aumentata industrializzazione.

    Se non si pone rimedio a tutto ciò, oltre a riportare gravi danni per ciò che riguarda le specie marine, si corre anche il rischio che l’evaporazione aumentata provochi un aumento delle temperature, accelerando il ciclo dell’acqua e rendendo disastrosi le piogge e gli uragani.

    Esiste in sostanza una correlazione molto stretta fra inquinamento e instabilità climatica.

    Di fronte al freddo e al maltempo che imperversano in questi giorni, dobbiamo chiederci quanto è da rapportare all’azione invasiva dell’uomo nei confronti dell’ambiente.

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    Il freddo polare che in questi giorni si sta facendo sentire non solo in Italia, ma anche in tutta Europa sarebbe dovuto alla scioglimento dei ghiacciai. Questa è la tesi che sostengono i ricercatori dell’Istituto Wegener dell’Associazione Helmholtz, i quali, dopo aver effettuato uno studio specifico sull’argomento, sono giunti alla conclusione che il freddo gelido trovi una causa nello scioglimento troppo veloce della calotta artica, in grado di incidere sulla circolazione atmosferica. Gli studiosi spiegano in maniera precisa la loro teoria.

    Il tutto sta nel considerare che il ghiaccio artico è capace di riflettere nell’atmosfera la luce solare. Se la calotta artica si scioglie, il calore del sole finisce con il riscaldare l’oceano, che è in grado di assorbire calore molto più di quanto faccia il ghiaccio. Tra l’altro la copertura ghiacciata dell’oceano impedisce agli oceani di rilasciare il calore nell’atmosfera.

    Proprio per questo l’aria si riscalda più del normale, perché l’oceano è più caldo dell’atmosfera. L’aria calda sale verso l’alto e va ad alterare i meccanismi che stanno alla base della pressione e della circolazione dell’aria.

    L’effetto che ne deriva sulle medie latitudini consiste nel fatto che i venti occidentali non riescono ad arrivare e quindi non possono impedire che le masse artiche gelate si espandano sul continente europeo. Da qui deriva il freddo polare, con cui stiamo facendo i conti in questi giorni.

    Anche un gruppo di scienziati americani sotto la guida di Judah Cohe, i cui risultati sono stati pubblicati su Environmental Research Letters, è arrivato alle stesse considerazioni.

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