Effetto serra: la “terra nera” assorbe i gas serra

La terra nera degli indios potrà salvare la Terra dall’effetto serra? Terreni ad alto contenuto carbonioso sono in grado di sequestrare dall’aria l’anidride carbonica

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    Forse una possibile soluzione per risolvere il problema dell’effetto serra e, di conseguenza, ridurre il ruolo dell’uomo nei mutamenti climatici potrebbe arrivare da un’antica tecnica agricola che veniva praticata in epoca precolombiana dalle popolazioni amerindie: la terra nera degli indios.

    La “terra preta de los indios” è un terreno che contiene un elevato indice carbonioso dovuto alla combustione incompleta (pirolisi) di parti vegetali introdotte nel terreno dalle popolazioni indigene per fertilizzare il terreno stesso. L’Ibimet, Istituto di Biometeorologia del CNR di Firenze, sta rivisitando questa tecnica utilizzata soprattutto dagli indios dell’Amazzonia. Dalle sperimentazioni condotte fino ad ora è emerso che questo antico metodo per rendere la terra più fertile è anche in grado di sequestrare nel terreno l’anidride carbonica.

    Ciò comporterebbe la riduzione delle emissioni di uno dei gas serra maggiormente responsabili del surriscaldamento globale. Questo perché le piante, nel corso del loro ciclo vitale, assorbono CO2 dall’atmosfera e la rilasciano una volta terminato il proprio ciclo. Tuttavia se vengono interrate utilizzando questa metodica, l’anidride carbonica viene letteralmente sequestrata e trattenuta nel terreno. I ricercatori di Firenze hanno ribattezzato biochar la terra nera degli indios e sono arrivati ad una conclusione a dir poco interessante: inserendo in un ettaro di terreno 10 tonnellate di biochar, che può essere ottenuto da biomasse coltivate allo scopo, dagli scarti della potatura e dalla pula del riso e del frumento, verrebbero rilasciate nell’atmosfera 30 tonnellate in meno di CO2.