Disoccupazione, l’UE sceglie un’economia a basse emissioni

L’Unione Europea ha deciso di puntare sulla green economy, un’economia a basse emissioni, per combattere la disoccupazione

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    Per combattere la disoccupazione l’Unione Europea ha scelto di puntare su un’economia a basse emissioni. Si tratta di rafforzare la green economy, che può essere un valido aiuto contro la disoccupazione giovanile, che aumenta sempre di più. Il lavoro green rappresenta una potenzialità tutta da sfruttare. In effetti non bisogna dimenticare che connessi con la green economy ci sono anche altri modelli di consumo, “alternativi” li potremmo definire, i quali riescono a conciliare sviluppo economico e rispetto dell’ambiente.

    A cura di Gianluca Rini

    Sulla questione è intervenuto anche il ministro Clini, che ha dichiarato: “Non si tratta solo di soldi, ma di regole internazionali chiare di un modello di sviluppo in cui servizi e tecnologie che riducono l’impronta ambientale siano alla portata di tutti senza penalizzare nessuno.”

    L’Unione Europea ha studiato delle apposite strategie per creare, da ora fino al 2025, 130.000 nuovi posti di lavoro, soprattutto per ciò che riguarda la ricerca e l’innovazione. L’obiettivo è creare un’economia ecosostenibile che si possa basare sull’agricoltura e sulla pesca a basso impatto ambientale, sulla tutela della biodiversità e sulle tecnologie intese a fruttare le energie rinnovabili.

    Il tutto rientra nell’ambito del programma europeo “Innovating for Sustainable Growth: a Bioeconomy for Europe”. Nello specifico si cerca di far avanzare la bioeconomia. E non si tratta di investimenti senza ritorno.

    Basti pensare ad un solo dato: l’Unione Europea ha stanziato 4,7 miliardi, ma il guadagno riportato si calcola che sarà dieci volte superiore, 45 miliardi di euro. Senza contare i benefici per l’ambiente.

    I laureati si danno all’agricoltura

    La disoccupazione rappresenta un vero problema nel nostro Paese, soprattutto anche per i giovani laureati, i quali, nonostante i vari titoli di studio posseduti, non riescono a trovare un lavoro che corrisponde a ciò che hanno studiato. Per cui non resta che una soluzione: darsi all’agricoltura. I dati in questo senso sono molto evidenti. Non si tratta di semplici congetture, ma a rendere conto sulla situazione è la CIA, la Confederazione Italiana degli Agricoltori, che analizza in questo modo il fenomeno che possiamo chiamare di ripopolazione delle terre agricole.

    Gli esponenti della CIA hanno dichiarato: “Questi nuovi “dottori dell’agricoltura” oggi sono quasi il 35 per cento degli “under 40” del comparto, che a loro volta rappresentano l’8 per cento del totale dei conduttori agricoli italiani. Si tratta ancora di piccoli numeri, ma in grado di fotografare un fenomeno nuovo e in continua crescita che sta rivoluzionando il settore primario“.

    In particolare colpisce il comportamento di quei giovani che non hanno alle spalle una tradizione agricola familiare, ma che, pur avendo studiato in degli ambiti completamente diversi, hanno deciso di dedicarsi alla coltivazione della terra.

    Per molti può sembrare un ripiego, ma in realtà non è proprio così. Più che altro si tratta del rendersi conto che è importante rivalutare le risorse agricole, paesaggistiche e naturali che il nostro Paese possiede, in modo da sperimentare anche forme nuove di lavoro, che vanno certamente a vantaggio dell’occupazione.

    In questo senso l’apporto diretto dei giovani è fondamentale, soprattutto cercando di sfruttare le nuove ecotendenze del momento. I giovani infatti non si fermano alla realizzazione di agriturismi, ma creano delle vere e proprie fattorie didattiche.

    Inoltre non si accontentano di produrre coltivazioni biologiche e certificate come tali, ma sperimentano la vendita diretta dei prodotti agricoli come nuovo sistema che possa garantire un rapporto diretto dal produttore al consumatore, consentendo di risparmiare e di evitare gli sprechi.

    Il 7,2% dei giovani si dedica anche alla produzione di energia alternativa da utilizzare nell’ambito delle loro aziende. Da tutto questo sicuramente l’ambiente non fa che guadagnarci. Potremmo dire che ci troviamo di fronte al “lato buono” della disoccupazione.