Costa Concordia: il Ministero dell’Ambiente chiede 200 milioni di euro di risarcimento

Il Ministero dell’Ambiente ha chiesto un maxirisarcimento di 200 milioni di euro per il naufragio della Costa Concordia

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    Il recupero della Costa Concordia

    Il Ministero dell’Ambiente è intenzionato a chiedere un risarcimento di 200 milioni di euro per il naufragio della Costa Concordia. La cifra è stata determinata dall’Avvocatura dello Stato e a questo denaro andrà aggiunta la richiesta per risarcire altri danni, che dovranno essere riconosciuti anche da altri Ministeri coinvolti nella vicenda. In particolare ci sarebbero 5 milioni da corrispondere al Ministero dei Trasporti, 10 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, 3,7 per il dipartimento di Protezione Civile, 1,6 al Ministero dell’Interno, 1,2 alle Infrastrutture e 1,3 alla Difesa. Si dovranno risarcire i danni ambientali prodotti nei fondali del Giglio e nella scogliera in cui si è verificato l’urto della nave.

    Agli altri Ministeri spetteranno dei rimborsi per tutte le operazioni che hanno dovuto affrontare per il soccorso e per la situazione di emergenza che si è venuta a creare. Inoltre dovranno essere coperte le spese sostenute per ripristinare gli scogli e i fondali di quel tratto di mare. Costa Crociere ha reso note anche le cifre che saranno corrisposte ai familiari dei passeggeri come risarcimento. Il personale di bordo e i parenti delle vittime riceveranno complessivamente circa 84 milioni di euro. Si è anche in attesa di sapere quale sarà la sentenza per l’ex capitano della Costa Concordia, Francesco Schettino, che sta affrontando un processo di natura penale. Proprio per Schettino è stata chiesta una condanna a 26 anni e 3 mesi di carcere.

    La rimozione del relitto

    Sulla rimozione del relitto, che è stato portato a Genova, il capitano Sloane, che è stato incaricato di dirigere i lavori, non ha avuto dubbi. Egli ha dichiarato che si è trattata della sfida più complicata dal punto di vista professionale, che ha dovuto affrontare nel corso della sua vita. Soprattutto apparivano difficili le ore in mare aperto, dopo aver superato la Corsica, in direzione Genova. Sulla questione è intervenuto anche il ministro francese Royal, che ha chiesto garanzie sulla possibilità di evitare l’inquinamento ambientale. Il capitano Sloane a questo proposito si è detto fiducioso. La Francia, comunque, ha fatto la propria parte, perché ha deciso di mobilitare una nave anti-inquinamento della sua Marina al largo della Corsica. Il ministro dell’Ambiente italiano ha fatto presente al suo corrispettivo francese che sono state date delle istruzioni ben precise per il trasporto del relitto e ha spiegato come i controlli sulla questione siano stati molto rigorosi, in nome della sicurezza ambientale del Tirreno. Comunque il ministro francese è stato tenuto informato attraverso dei documenti specifici sui rischi, che sono arrivati direttamente dall’Italia, in modo che la situazione restasse continuamente sotto monitoraggio.

    La rotazione della nave

    Prima della rimozione, è stata effettuata con successo la rotazione della Costa Concordia, ma si può dire lo stesso in termini di conservazione ambientale? Niente è stato lasciato all’improvvisazione, al fine di puntare sulla sostenibilità ambientale. Le acque sono state monitorate e si è visto che la loro qualità è rimasta immutata rispetto all’inizio dei lavori. Si è notato soltanto qualche oggetto galleggiante. Sulla questione si è mossa anche l’Agenzia Regionale di Protezione Ambientale Arpat Toscana, i cui esperti si sono occupati di effettuare con regolarità dei prelievi di acqua, per controllare se le operazioni di raddrizzamento potessero essere associate a delle fuoriuscite di materiali inquinanti. Lo scopo è stato quello di verificare l’eventuale presenza di detergenti, di saponi, di oli e di combustibile.

    Oltre ad effettuare rilevamenti in prossimità della costa, si sono svolti dei monitoraggi a circa 100 metri dalla nave, approfittando delle condizioni di sottovento. La nave oceanografica Poseidon ha, invece, portato avanti delle analisi dell’acqua che si trova al largo, in mare aperto. Apparentemente non sembrano esserci indizi che indichino danni all’ambiente, a parte quelli causati dall’episodio del naufragio.

    Lunedì 16 settembre 2013 sono state avviate le operazioni di rotazione del relitto della nave, una manovra che ha avuto una durata di circa 18 ore. Comunque, secondo i tecnici, non si poteva stabilire con certezza quali sarebbero stati i tempi necessari a portare a termine questa fase del processo di rimozione dell’imbarcazione, dal momento che si è dovuto vedere come ha reagito il relitto ai movimenti che ha dovuto effettuare. Le operazioni di rotazione sono iniziate con due ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista. Questo è avvenuto a causa del maltempo. Un temporale si è abbattuto sul luogo nel corso della notte tra domenica 15 e lunedì 16 e per questo motivo i tecnici non hanno voluto procedere al posizionamento della chiatta che ospita la stanza di controllo dei lavori. L’operazione di parbuckling (così viene definita la rotazione della nave) è avvenuta in seguito ai lavori delle due società che hanno collaborato per mettere in sicurezza il relitto.

    Si è trattato di una grande opera di ingegneria, che è stata messa a punto impiegando 22 mezzi navali, 8 chiatte, più di 500 persone. Per tirare su il relitto sono state impiegate più di 30.000 tonnellate di acciaio, che corrispondono a quattro volte il peso della Tour Eiffel. Gabrielli ha spiegato che non si poteva fare un piano programmatico dei lavori a lungo termine. In effetti non era possibile, data la situazione, decidere preventivamente, ma si è dovuto operare giorno per giorno, considerando anche le condizioni del tempo. Nel corso di una conferenza stampa, Gabrielli ha affermato che l’operazione presentava diverse criticità, anche se si è provveduto a scegliere i criteri più specializzati.

    E’ stata un’impresa eccezionale, mai compiuta su una nave di grosse dimensioni. I tecnici hanno costruito un fondale artificiale. Si è dovuto costruire una sorta di “materasso” di malta cementizia, sul quale la nave è andata ad appoggiarsi. I lavori hanno seguito più fasi: distaccamento dalla roccia, che è seguito alla messa in tensione, per arrivare al raddrizzamento. Un ruolo importante è stato giocato anche dalla forza di gravità. Nella zona sono stati disposti dei panni assorbenti, per fronteggiare eventuali sversamenti.

    L’obiettivo è stato quello di far tornare a galleggiare la nave, in modo che potesse essere trainata. Naturalmente si trattava di uno scopo ambizioso e gli esperti via via hanno incontrato parecchie difficoltà a causa delle condizioni del tempo, ma anche per le dimensioni dell’imbarcazione, che sono notevoli. Non dobbiamo dimenticare che la nave di Costa Crociere era alta 70 metri e lunga 290. Nelle operazioni di recupero bisognava badare anche alla sicurezza e tutto questo imponeva di stare molto attenti, per gli addetti ai lavori, ma anche per il patrimonio naturale circostante.

    Ad occuparsi di tutto è stata la società statunitense Titan Salvage, che ha collaborato con un’altra azienda italiana, la Micoperi. La prima operazione è stata quella di fare in modo che la nave si fermasse lungo la sua fase di scivolamento sugli scogli della costa. Per raggiungere questo scopo si sono dovuti installare dei sistemi subacquei di ancoraggio. Si è cercato di inserire sul lato sinistro della nave dei cassoni. Si tratta di parallelepipedi di metallo, che contengono acqua. Poi sono stati svuotati e hanno funzionato come dei galleggianti, per evitare che la nave si inabissasse. Si è voluto rendere uniforme il fondale, in maniera da facilitare lo spostamento della Costa Concordia.

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